Percorsi della memoria: I miti degli anni 60 e 70

Old television I nati negli anni ’60 sono la prima generazione di bambini televisivi. Sono cresciuti con migliaia di ore di televisione,con centinaia di giornalini e ascoltato ore e ore di radio. Questi sono i loro ricordi e le loro memorie mediali, dei miei percorsi della memoria. Quello che inizio con questo discorso è riportare, finalmente, sul web quello che è stato un sito di cui si è persa la memoria (erano i tempi di Geocities, tempi in cui internet, in Italia, era appena sbocciato). Erano i tempi di VideoOnLine e tempi in cui usciva il primo front page ed in cui era impensabile vedere una pubblicità con il sito in sovraimpressione. Come agisce la memoria? Perché alcuni attori restano legati indissolubilmente a un ruolo televisivo tanto da non riuscire a staccarsi più? Perché le due immagini (attore e personaggio) erano talmente compatibili tra loro che la nostra memoria le ha fissate. E’ doloroso ammetterlo,eppure c’era -come nel caso, ad esempio, di Gino Cervi e del commissario Maigret – una effettiva identificazione dei due caratteri. Cioé, per quanto gli attori neghino (e hanno sempre negato) in questi casi essi rappresentano se stessi molto più che in altri personaggi, e così l’attenzione del pubblico viene quasi catturata, per così dire sedotta da una compenetrazione perfetta. Gino Cervi fu veramente il miglior Maigret di tutti rispetto agli altri attori (belga, francese ecc.) perché egli era Maigret e Maigret era disegnato sulla sua persona come ebbe a dire lo stesso Simenon autore dei romanzi. Rivedendo ancora oggi qualche replica – come ad esempio Maigret a Pigalle o L’affaire Picpus – si può notare come Cervi sia talmente calato nel personaggio da fare se stesso. E’ una soglia pericolosa, e tutti gli insegnanti di recitazione hanno sempre messo in guardia da questo. Però gli effetti pratici sono quelli ricordati: il pubblico viene attratto irreversibilmente e la sua memoria dunque fissa in maniera indelebile quel Cervi o quel Lay, e non altri ruoli ugualmente brillanti. E’ una mezza sciagura per l’attore in questione, perché egli non respira più, l’abbraccio del pubblico può divenire un’ossessione e il rischio di non poter più recitare in altre parti è concreto. Peppino De Filippo nel 1966 aveva già recitato in centinaia di ruoli teatrali e aveva fatto anche molto cinema. Quando in ‘Scala Reale’ si inventò il personaggio di Pappagone fu la fine (una fine gloriosa, perché l’attore visse soltanto qualche altro anno di palcoscenico e basta). Le prime volte in cui egli comparve in pubblico o per strada dopo quell’esperienza fu letteralmente assalito da ragazzi e anche da adulti che volevano e gli chiedevano Pappagone. La memoria collabora a questi ‘incatenamenti’. Come nel caso di Franco IV e Franco I. Questi due nomi potrebbero non dire niente. Ma se si afferma che sono quelli della canzone “Ho scritto t’amo sulla sabbia’ allora forse… Quelli che presenterò, senza un appuntamento fisso, sono alcuni percorsi nella nostra memoria radiotelevisiva e della carta stampata relativa agli anni ’60 – ’70. Buon viaggio!!

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